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L’11 dicembre 2004 Marcello Dell’Utri,
pregiudicato per altri reati, fu condannato a nove anni
dal Tribunale di Palermo per concorso esterno in associazione
mafiosa. Il giorno prima ebbi la ventura di incontrarlo
alla fiera di Milano, dove inaugurava il suo salone di
libri usati. Mi bastò un breve dialogo con lui per accorgermi
che qualcosa non andava nel suo rapporto con l’associazione
criminale siciliana. Il giorno stesso fissai l’episodio
in questa pagina di diario.
10/12/2004, pomeriggio
Alle 11 di questa mattina si apriva presso
i padiglioni della Fiera di Milano la prima edizione del
Salone del Libro Usato, organizzato dal senatore Marcello
Dell’Utri.
Ci sono anch’io in compagnia del mio amico Paolo C., per
verificare la presenza del Sindaco di Milano, annunciato
per il taglio del nastro.
“Il Sindaco c’è?”, chiedo a un fotografo. “Ha dato forfait”,
mi risponde.
Il Sindaco Albertini, già testimonial di mutande griffate,
nemico giurato degli ubriachi molesti e dei graffitari,
all’ultimo momento ha detto no all’amico Marcello.
Il Triumviro di Forza Italia, per nulla rattristato dalla
defezione, c’è.
Lo attorniano cinque agenti in borghese, un paio di segretarie,
tre giovani poraborse, amici dalla vivace aria intellettuale.
Anche le figliole del Senatore, che secondo il programma
dovevano gestire lo stand 210, purtroppo hanno girato
al largo. Le conoscerò in altra occasione.
Lo incrocio alle 11,15 mentre fa il giro degli stand.
Il sorriso vorrebbe essere ironico, l’espressione distesa,
l’incedere disinvolto. Porta un doppiopetto grigio, si
guarda spesso le spalle. Non c’è niente da fare: i nuovi
mecenati sono fatti così.
Si intrattiene con i commercianti, sorride alle standiste,
scambia battute con questo e quello. Si mette in posa
per i flash. Tutti devono vedere quant’è sereno il Senatore
nel decimo giorno di camera di consiglio del Tribunale
di Palermo, che sta cercando di decidere se è mafioso
o no.
“Speriamo che lo assolvano con formula piena”, dico a
Paolo, “sarebbe bello sapere che in Senato c’è qualche
persona onesta. E poi ‘ste prescrizioni spacciate per
assoluzioni sono davvero insopportabili”.
Studio l’antico selezionatore di stallieri, rimpiango
di non avere con me una videocamera per immortalare i
continui baci sulle guance con i quali omaggia i devoti.
I bodyguard avvertono la nostra presenza, ci lanciano
occhiate nervose, il quadrato intorno all’Augusta Figura
si fa più stretto.
Giro per gli stand anch’io e mi diverto a porre qualche
domanda.
“C’è qualche saggio sulla mafia?”, chiedo a un espositore.
“Mi è rimasto qualcosa sull’Anonima Sequestri”, mi risponde.
“E l’Apologia di Socrate ce l’ha?”. “Non tratto i classici”.
“Lei cosa pensa di Dell’Utri?”, chiedo a una bella espositrice
della libreria Atalante, specializzata in cinema e teatro.
“Alzo le sopracciglia”, è la sorridente risposta. E mentre
lo dice le alza davvero. Prendo il suo biglietto da visita,
le manderò questa cronachetta.
Mi fermo allo stand dei libri Einaudi. “Come si sta sotto
Mondadori?”, chiedo a un signore che ha l’aria del vecchio
libraio. “Non riapriamo questa ferita, per favore”.
Toh chi si vede, una mia amica con negozio sui Navigli.
E’ di sinistra che più non si può. “Sei qui per lavoro?”,
mi chiede. “No, volevo contestare Albertini ma non c’è”.
“E perché lo volevi contestare?”. “Perché non sta bene
che un sindaco si faccia vedere in giro con un pluricondannato
e imputato per mafia”. “Non capisco”. “Fa niente, e tu
che ci fai qui tra i Marcello’s boys?”. “Se queste cose
le facesse la sinistra andrei con loro”. “Ci vediamo,
buon lavoro”.
Allo stand 191 un espositore si è appena fatto scattare
una foto con Marcello. “Se l’appenderà in negozio?”. “E
perché no, è mio cliente, un uomo molto acculturato”.
Passo al bar per un caffè. “Cosa pensa del signor Marcello
Dell’Utri?”, chiedo al barista. “Non conosco nessun Dell’Utri”.
Al 251 si vendono le locandine dei filmoni. “Quella del
Padrino ce l’ha?”. “Eccome no, basta cercarla”. La troviamo:
è superba, con Marlon Brando su sfondo rosso sangue. “Costa
50 euro, è rara”. La prendo la prossima volta.
Albertini è assente, in compenso è presente Albertoni,
assessore regionale alla cultura in quota Lega. Immancabili
la cravatta e il fazzoletto verdi. Concede un’intervista
al tg3 regionale, rappresentato da Andrea Bosco. “Intervistato
leghista, intervistatore leghista”, mi avverte Paolo.
“Beh, è già qualcosa. A Roma ormai buona parte delle interviste
ai politici le fa solo l’operatore”.
Avvicino Albertoni. “Mi scusi Assessore. Lei è uomo delle
Istituzioni…”.
Lui annuisce con cortese modestia. “Mi dica”.
“… Ecco, come uomo delle Istituzioni non avverte, come
dire, un certo disagio a stare qui con un Senatore pluricondannato
e imputato per mafia a Palermo?”.
Perde subito la calma. “Io sono uomo di legge”, grida,
“e credo nel principio di presunzione di innocenza. Dovreste
smetterla con questa giustizia stalinista!”. Lui, il leghista,
che parla in questo modo. “Non si inalberi per così poco,
sto parlando di opportunità, di regole non scritte, di
etica pubblica, ma anche di condanne definitive, di un’enorme
faccia di bronzo…”.
Il bossiano, già socialista, mi gira le spalle e se ne
va.
Vedo un cameraman che conosco. “Sei qui per lavoro anche
tu?”, mi chiede. “No, sto studiando da vicino il Senatore
Dell’Utri, sai quello delle cassate”. Si inserisce un
giornalista che ha assistito al dialoghetto con il leghista.
“Se posso permettermi, io sono abbastanza d’accordo con
Albertoni. Bisogna credere nel garantismo…”.
“Ma in questo caso non c’entra un fico secco. I primi
a non crederci sono loro. E infatti fanno l’impossibile
per sottrarsi a regolari processi, mentre vorrebbero la
gogna per gli avversari”.
“Beh, a chi non è capitato di rubare le caramelle, tutti
hanno qualcosa da nascondere. Non me la sento di scagliare
la prima pietra. E poi anche i giudici…”.
Sembra in buona fede, il giornalista.
Ecco che inizia il primo dei dibattiti in cartellone.
C’è Lui in prima fila, tra i relatori Stefano Folli, il
direttore del fu Corriere della Sera. Ospite d’onore Philippe
Daverio, l’intellettuale col papillon. Maurizio Belpietro
ha bidonato all’ultimo minuto.
Pochi spettatori, molti fotografi. Le guardie presidiano
porte e finestre.
Si parla di giornalismo culturale, la famosa Terza Pagina.
Daverio si scaglia contro il trash. “L’intellettuale vero
è un uomo di azione, uno che si fa sparare addosso”, Dell’Utri
si gratta la nuca. “Oggi manca chi si prende la responsabilità
di uscire dal coro, uno che dica: questa è una bufala!”.
Dell’Utri si sistema la cravatta. “Così ci avviamo alla
catastrofe. Non dobbiamo rinunciare a capire la complessità
del mondo”. Dell’Utri gli dice “Bravo!”.
Stefano Folli se ne va via prima. “Ha un’importante riunione”,
lo giustifica il moderatore Ermanno Paccagnini. Dell’Utri
lo accompagna all’uscita a braccetto, tra i due c’è un
affettuoso commiato di alcuni minuti.
A fine dibattito assisto al siparietto fra Daverio e il
Senatore. I fotografi scattano, le segretarie attendono
pazienti. I Due parlano di alta cultura. Percepisco i
nomi di Heidegger e Sartre. Mi cade lo sguardo su Daverio:
indossa dei pantaloni gialli tagliati alla caviglia, mocassini
leggeri marroni, un improbabile soprabito violaceo. In
casa Publitalia fa battaglie contro il trash.
A siparietto concluso, Dell’Utri va via. Ma poi tornerà.
Avvicino Philippe. “Professore mi è piaciuto il suo richiamo
alla funzione intellettuale. Ma non le sembra un po’ strano
riscuotere il consenso di uno come Dell’Utri?”.
“Beh, bisogna distinguere... Io poi sono uno che parla
con tutti”.
“Fa bene, non discuto. Ma dei paletti etici bisogna pur
metterli. Esiste cultura senza etica? E non le sembra
che l’apparato Mediaset-Forza Italia, macchina di affari
consenso censura e impunità, c’entri qualcosa con la compressione
del pensiero critico?”.
“Io distinguerei etica e morale. Io sono per il rischio
e per l’errore”.
“Sa che quel signore si incontrava con mafiosi?”.
“Davvero?”.
“Già. Ma lei che viaggia, che cosa sente dire all’estero
di questa gente?”.
“Si parla male dell’Italia in generale. E poi, sai che
ti dico: io ho subìto molte più censure e repressioni
dalla nomenklatura precedente”.
Assiste al dialogo uno dei giovani e impomatati assistenti
del Senatore.
Si giustifica così: “Ho l’incarico di invitare a pranzo
il professore”.
Paolo lo invita caldamente a lasciarci soli per un po’.
Ne segue un vivace scambio di idee. “Ora chiamo chi di
dovere”, dice il giovane assistente estraendo un cellulare
dalla tasca.
“Chiama chi cazzo vuoi ma togliti dai piedi!”, gli risponde
Paolo.
Dopo cinque minuti ritorna il gruppone con in mezzo Dell’Utri.
“Philippe, mica mi stai rubando i libri?”, il Senatore
sfotte il Professore.
Mi si avvicina a trenta centimetri lanciandomi un’occhiata
di sbieco.
A questo punto non posso più tacere. Riprendo le distanze
e chiedo, con tono garbato ma fermo:
"Senatore, mi scusi: mi può togliere una curiosità intellettuale?"
.
"Prego mi dica".
"Ho letto che lei avrebbe affermato una volta che la mafia
da quel che le risulta nemmeno esiste. Conferma o smentisce?".
"Io non l'ho mai detto. Lei queste cose le legge su giornali
che raccontano solo menzogne".
"D'accordo, ma secondo lei la mafia esiste o no?".
"Ma perchè mi fa questa domanda?" .
"Vorrei che lei ora smentisse quella affermazione che
reputa falsa. La mafia esiste o no?".
"Ma questa è una domanda del cazzo, la vada a fare a sua
sorella!".
"Non ho sorelle, grazie. Mi può dire almeno se è d'accordo
con l'on. Miccichè, il quale ha detto che i romanzi di
Andrea Camilleri rovinano l'immagine della Sicilia perchè
parlano di mafia".
"Io di Camilleri ho letto solo un libro, "La concessione
del telefono". Ma anche questa cosa non è vera. L'avrà
letta sui soliti giornali".
La scorta dà segni di impazienza. Chiedo a uno dei vigilantes:
“Vuole la mia carta di identità?”. Non risponde, ma mi
guarda con disprezzo.
"Mi permetta di insistere. Vorrei che Lei, Senatore, mi
dicesse se la mafia di cui tanto si parla esiste o è un'invenzione
dei romanzieri".
"Ma va' a cagare!". Letterale.
"Senatore, si risponde così a un cittadino che la interpella
su un grave problema del Paese?
"Vada a cagare!".
“Auguri per il processo!”.
Interviene Paolo: "Impari l’educazione! La prossima volta
facciamo un bel convegno sulla Famiglia Bontade!".
“Come ha detto?”.
“Sì con la Famiglia Bontade! Ha perso la memoria?”.
Il Senatore non risponde più. E si intruppa nel gruppone.
Ma alcuni guardiani rimangono: "Ora andatevene, smettetela
di insultare il senatore!".
Ne segue un surreale parapiglia con vari interlocutori.
In molti sono convinti che io abbia aggredito e insultato
il Senatore della Repubblica Marcello Dell'Utri, che mi
ha appena mandato “a cagare” per avergli fatto una domanda
sull’esistenza della mafia. Altri smentiscono indignati.
Nel Salone tutti tendono le orecchie.
L'organizzatrice chiama la vigilanza. "Basta! mandateli
fuori, son venuti qui a far casino! Mi stanno rovinando
sette mesi di lavoro!".
A questo punto urliamo brevemente le nostre ragioni e
poi ce ne andiamo.
“Paolo non stiamo sognando, mi ha mandato a cagare quando
gli ho chiesto se la mafia esiste o no, confermi?”.
“Mi sa proprio di sì”.
Nota.
Il giorno della condanna il senatore tenne una conferenza
stampa a Roma. Tra i molti cronisti presenti, un corrispondente
di una testata estera gli chiese: “Mi potrebbe dare una
definizione della mafia?”. Risposta: “Ma che cosa vuole
che le risponda, che la mafia non esiste?”.
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