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Sabato 19 febbraio 2005 ebbi l'onore di incontrare
Sua Eccellenza Padana Roberto Castelli, relatore a un
convegno a Busto Arsizio. Ne seguì un vivace scambio di
battute. Ecco il resoconto dell’episodio.
“Mon paletot aussi devenait idéal”.
(Anche il mio cappotto diventava ideale)
Mi tornava in mente questo verso di Arthur
Rimbaud, sabato 19 febbraio 2005, quando con il mio amico
Alberto Ricci andavamo a Busto Arsizio, per partecipare
al convegno “Il modello di giustizia nella società del
terzo millennio”, promosso dall’associazione di magistrati
Unità per la Costituzione con il patrocinio della regione
Lombardia. Ingegnere, faccia da cartone animato, capace
di spaccare il capello in ottanta parti, caricaturale
sopravvissuto della borghesia civile milanese, Alberto
indossa estate e inverno un loden verde.
L’auto di Alberto è una Fiat Regata familiare
di 18 anni. Ormai cade a pezzi, tant’è che faccio il viaggio
seduto sui sedili posteriori tenendo stretta una portiera
che non ne vuole sapere di star chiusa, ma Albertone –
che per lavoro si occupa di sistemi qualità – non la molla.
Più che un’auto è un magazzino: strapiena
di giornali, volantini e materiali vari di cento iniziative
civiche di questi anni, la nostra auto blu ci porta a
destinazione anche stavolta.
Dove sarà mai la Tecnocity Molino Marzoli
di Busto Arsizio? Alberto dice di saperlo, ma dobbiamo
chiedere a dodici passanti prima di intuire la località
esatta.
“Dove possiamo parcheggiare’”, chiede il
regatante a un poliziotto dei tanti di guardia. “Questo
è il posteggio autorità, là c’è il parcheggio ospiti,
avete l’invito?”, risponde il guardiano. Temo che non
sarà facile entrare. Parcheggiamo vicino al mercato, dove
distribuisco qualche volantino dal titolo “CONDANNATO!
(per amore della giustizia)”.
“Lo sa che dire a Berlusconi “rispetta le legge buffone!”
costa 500 euro?” chiedo a vari passanti. “Ah sì? buono
a sapersi!”, mi risponde il primo.
I megafoni di regime hanno lavorato bene stavolta, compreso
il tg2.
Tutti hanno letto o sentito la notizia della mia condanna.
In molte teste si è accesa la spia, forse contraria agli
interessi padronali: “No questo è troppo!”. Intendono:
un presidente del Consiglio miliardario, editore dominante,
irridente, linguacciuto, che esige e ottiene la condanna
di un suo contestatore, comune cittadino. I Mimum e i
Rossella, stavolta, forse hanno servito con troppo zelo
la causa.
Eccoci all’ingresso. Albertone, nonostante
le mie suppliche, ha deciso di non separarsi dai suoi
due sacchetti carichi di scartoffie di ogni tipo. In effetti
il magazzino a quattro ruote non si chiude, dunque è meglio
portarsi tutto con sé. Scartata l’ipotesi di lasciarlo
in qualche bar, gli rifilo anche il mio zaino, zeppo di
ritagli e dossier. Ormai lo so: meglio arrivare nudo alla
meta. Ci diamo una regola: “Entriamo separati, facciamo
finta di non conoscerci”. “Va bene, ci vediamo alla fine”,
risponde Alberto.
Risultato? I centurioni blindano lui, neanche
a dirlo incensurato, forse insospettiti da un distintivo
che l’uomo in loden porta appuntato al bavero da diversi
mesi. Vi campeggia un disegno di Staino con un’Italia
turrita ferita e pugnace, e la scritta: “l’articolo 138
sono io”. Mi ha confidato che se lo toglierà solo quando
verrà bocciata la riforma costituzionale Calderoli, ovvero
l’attacco finale alla diligenza.
Faccio finta di niente mentre i vigilantes
gli chiedono: “Lei è in rappresentanza di un ente o di
una associazione?”. “No, sono un cittadino, questo è un
distintivo per la difesa della Carta Costituzionale”,
risponde Alberto con ineguagliabile candore. Cerco di
trattenere i singulti di riso. Prima o poi proporrò a
Bruno Bozzetto di fare un cartoon tutto su di lui. Titolo:
Il Cittadino Totale.
Lo fermano, saprò poi che gli hanno minuziosamente
perquisito i sacchetti e pure il mio zaino. Roba che scotta.
Infatti lo congedano, invitandolo a girare al largo. Il
“modello di giustizia del terzo millennio” prevederà i
diritti delle persone perbene e delle personalità originali?
Io - guarda caso, appena condannato - entro
tranquillamente. Mi siedo in prima fila, in un posto riservato,
non a me, a fianco di un generale della finanza con i
baffi.
Nel panel dei relatori figurano tra gli
altri il presidente del tribunale di Busto, il piemme
milanese Fabio Roia, perfino don Mazzi, il prete catodico.
E il padano Speroni, eurodeputato di lungo corso, che
ha ormai dismesso le cravatte da cow boy in favore di
una cravatta verde di ordinanza. Anche i miti del trash
chinano il capo.
Ho un colpo di fortuna: quando arriva l’on.
Giuliano Pisapia, Roia scende a salutarlo e stringe la
mano anche a me. La cosa mi accredita. Gli uomini della
digos, che non mi riconoscono, cominciano a guardarmi
con un certo rispetto. Arriva Castelli. Lo attornia un
codazzo di guardie, dignitari e cronisti.
C’è un signore mastodontico con cappottone
blu, che sembra un questore mediorientale. Il generale
della finanza, vedendolo in piedi, fa per cedergli il
posto. Mi alzo di scatto: “La prego si accomodi, troverò
un altro posto”. Ho il pretesto per allontanarmi dalla
prima fila, pericolosamente vicina alla porta di ingresso
e alle guardie del corpo dell’Augusto Lecchese.
Mi siedo in platea dalla parte opposta,
dove potrò gustarmi con calma il discorso del Ministro.
L’Ingegnere si è preparato bene. Illustra un mucchio di
slide che scorrono veloci su un maxischermo, come nelle
convention del marketing.
E’ la terza volta che lo incrocio. La prima,
un anno fa a Verbania, ha sostenuto in un comizio che
“la diffusione in Europa dei reati di pedopornografia
e del consumo di droghe pesanti è frutto della cultura
della sinistra”. La seconda, lo scorso 19 dicembre in
piazza Duomo a Milano, dopo aver negato con sdegno di
aver partecipato a un convegno sulla giustizia con il
fresco condannato per mafia Dell’Utri, a una mia precisa
domanda ha risposto così: “Beh sì dovevo andare, ma poi
non stavo bene, e allora?”.
“Partiamo dai dati”, propone stavolta l’Eccellenza
Padana, un cartesiano doc. E le tabelle dovrebbero sostenere
la seguente tesi: per fondi alla giustizia, strutture
e personale l’Italia è superiore alla media europea. Ergo,
chi si lagna della mancanza di computer benzina e carta
igienica a disposizione dei tribunali è viziato da un’ideologia
antigovernativa.
O con loro o contro di loro: lo dicono “i
dati”. Mi chiedo: ma perché gli spettatori non ridono?
O sono figuranti?
Puntiglioso anche l’elenco delle cose fatte.
“Chi ha detto che la riforma del diritto societario era
una cosa malfatta, magari isolando qualche singolo aspetto,
ignora che è in linea con le direttive europee ed è stata
apprezzata a livello internazionale”. Peccato che in Europa
tutti sappiano che la leggina è servita all’impunità di
Mister Io e ai suoi amichetti imputati e che negli Usa
dell’amico George, anziché depenalizzare il vizietto di
truccare i bilanci, abbiano portato le pene fino a 25
anni. Lo dicono, i dati? In sala nessuno fiata.
La lamentela sulla stampa nemica del governo
e dunque del popolo sovrano è un altro passaggio irrinunciabile.
“Il Governo lavora bene, ma poi sui giornali si leggono
solo critiche e dati falsi, perché i grandi quotidiani
sono schierati con la magistratura”. Solo un lieve brusio
in sala, quasi impercettibile.
Non c’è niente da fare: gli allievi sono
diligenti, ma il “chiagne e futti” – o, per dirla con
Umberto Eco, la “retorica della prevaricazione” - riesce
meglio al “Mafioso di Arcore” (così Bossi, in passato,
definiva il Liftato). Il Guardasigilli Verde invita al
dialogo, ma qualche stoccatina alle toghe rivoltose deve
pur farla. “Absit iniuria verbis (proprio così, ndr),
ma l’Anm si è spesso comportata come un sindacato, quale
del resto è. Ma lo stesso vale per il Consiglio Superiore
della Magistratura”.
Il Rivoluzionario in Loden, che naturalmente
non usa il telefonino, attraverso un ponte telefonico,
riesce intanto a farmi arrivare un sms da un’amica comune:
“Da Alberto: non lasciato entrare, ti aspetto al mercato.
Esci quando vuoi, con circospezione…”. Stanno lavorando
per noi.
Ancora il Celta, con l’espressione di chi
non entra nei dettagli solo per motivi di tempo: “Sulla
riforma del codice penale stiamo lavorando, sulla riforma
del codice civile stiamo lavorando, sulla riforma del
diritto fallimentare stiamo lavorando…sulla riforma dell’ordinamento
giudiziario… abbiamo lavorato ”. Mentre pronuncia le parole
“ordinamento giudiziario” il nordista fa una risatina
supponente, con piegamento del busto verso il tavolo dei
relatori, dove siedono anche alcuni magistrati.
A questo punto decido di far sentire la
mia voce.
Questo è il testo esatto del mio confronto
intellettuale con l’attuale ministro della Giustizia del
mio Paese. (A proposito: le cronache giornalistiche sono
tutte incomplete o inesatte, ma ci vorrà poi tanto a riportare
quello che si è sentito? La vera lotta è per l’ecologia
della mente)
Ricca: "… e della prescrizione di Previti
quando ne parliamo?"
Castelli: "Ecco con le solite banalità …".
Ricca: "D’accordo, ma mi dia una risposta! Che mi dice
delle leggi per l’impunità dei potenti?"
Castelli: "Le faccio i miei complimenti per l’originalità
e l’intelligenza!"
Moderatore del convegno: "Il dibattito è nel pomeriggio
… lei non può! …".
Ricca: "Io ho fatto un’osservazione critica, in democrazia
si può".
Castelli: "E meno male che siamo in democrazia, così anche
gli stupidi possono parlare …".
Ricca: "Lei è il ministro dell’impunità dei potenti e
dell’accanimento verso i deboli!".
Castelli: "Lei è solo un ignorante!".
Ricca: "Studi legge prima di fare il ministro della Giustizia".
Castelli: "Ma allora venga lei qui a parlare, mi dice
che cosa ne sa lei? Che studi ha fatto?".
Ricca: "Io ho imparato la libertà da giudici morti contro
il terrorismo e contro la corruzione!".
Castelli: "Mi dica che studi ha fatto? Lei è un ignorante!".
Ricca: "Io non sono ministro della giustizia, dov’è che
ha studiato la giurisprudenza lei, su Topolino? Evviva
i servi padani di Previti e Dell’Utri!”.
Poliziotto buono e poliziotto cattivo: il
trucco è vecchio. Mentre Castelli dice loro di lasciarmi
stare in sala, i gendarmi mi accompagnano fuori. Apprenderò
dalle cronache locali che il procuratore della Repubblica
di Busto avrebbe definito il mio intervento “un gesto
inqualificabile”. Nientedimeno! Peggio del cappio leghista
in Parlamento e delle minacce ai giudici non allineati?
Peggio dell’eversione quotidiana dei gentiluomini della
Casa?
Senza farsi troppo vedere, in sala alcuni
finalmente sorridono. Molti altri fanno buuuuù. Il rituale
di identificazione ormai lo conosco. Domande, volti nervosi,
modi spicci, meccanica richiesta del documento. Tengo
botta. I militi sono perplessi: proprio non sono attrezzati
a comprendere, e in questo sono in buona compagnia, il
motivo per il quale un tipo che parla un discreto italiano,
con camicia stirata, giacca blu, i capelli in ordine e
soprattutto senza precedenti di ordine pubblico né orecchini
al naso, urli in pubblico, ma non allo stadio.
Stavolta c’è una sorpresa, piacevole. Mentre
cerco in tasca la mia carta di identità, spunta il dott.
Fabio Roia.. Ha attraversato al volo tutta la sala. Rassicura
me e gli agenti. Si accerta che non accada nulla di strano.
“Adesso lei si calma, fa vedere loro il suo documento
e poi tutto si risolve”, mi dice.
Provo un sentimento di ammirazione per la
molla interiore che ha fatto scattare – solo in lui -
questa premura. “La ringrazio molto per questo suo intervento,
ma quando faccio queste cose sono calmissimo, anche se
parlo a voce alta per farmi sentire. La mia indignazione
è razionale”, gli rispondo.
Mi avvicina un signore bizzarro, che era
in platea: Michele D’Addetta. “Grazie, lei ha ragione!
Ha detto le cose che anch’io penso ma non sempre ho il
coraggio di dire”. Mi lascia un dossier di sue iniziative
contro i corrotti, mi abbraccia. La polizia identifica
anche lui, e non lo lascia più entrare.
Segue brillante lavoro di intelligence.
“Questo dev’essere collegato a quell’altro con il distintivo
dell’articolo 38”, bisbiglia agli agenti uno che ha l’aria
del capo. “Mi scusi: articolo 138 semmai”, preciso io,
“è l’articolo che definisce le procedure di revisione
costituzionale, la combinazione della cassaforte dell’ordinamento
democratico”. Una confessione in piena regola.
Un agente mi accompagna all’uscita. Ritorno
al mercato. Faccio vari giri, alla fine chiedo a un mercante:
“Ha visto un tipo strano con loden verde, uno zaino nero
e due sacchetti pieni di carte?”. “Sì, è appena passato,
è andato di là”.
Racconto tutto ad Alberto davanti a una
piadina in un bar e poi ritorniamo a Milano sulla macchina
presidenziale. Frutto del caso e della perseveranza, il
blitz è riuscito. Si ride di gusto. Detto a un amico un
comunicato. Meno male che esiste la Rete. Il telefonino
continua a squillare, la pernacchia al Padano, attraverso
agenzie e radio, già risuona in giro per l’Italia.
Qualcuno mi riporta i commenti del ministro.
“Non lo denuncerò, non mi sembra che mi abbia offeso.
Forse vuol diventare il Paolini della giustizia”. Confermato:
è meno vittimista del padrone, rimedia con maldestri tentativi
di irrisione.
Nel dar conto del fatto il Corriere.it probabilmente
equivoca: ”Castelli dice: forse vuol diventare il Paolini
della giustizia, riferendosi al noto attore teatrale”.
Il paragone sarebbe lusinghiero, ma dubito che il Giureconsulto
secessionista conosca Marco Paolini. Più alla sua portata
il riferimento a Gabriele Paolini, mina vagante della
Tv. In effetti – per quel poco che so di lui - tra quest’ultimo
e me qualche analogia c’è. Siamo entrambi ostinati. Entrambi
usiamo il sistema dei media a vantaggio delle nostre idee.
Lui impugna il preservativo, io – più modestamente – la
Costituzione.
Ai celoduristi lasciamo il fazzoletto verde,
la carta igienica tricolore e l’ampolla con l’acqua del
Dio Po. Buona Padania a tutti!
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